Crowley, Dunsany, Lovecraft e Pirandello

Nel 1905 Dunsany pubblica Gli dei di Pegana.

Una cosmogonia inventata da zero. Narra la creazione del mondo da parte del dio supremo MANA-YOOD-SUSHAI e le vicende dei numerosi dèi minori che governano il destino degli uomini mentre il creatore dorme.

Nel 1906 Dunsany compone Time and Gods.

Continuazione del mito di Pegāna. Esplora il conflitto eterno tra le divinità e il "Tempo", una forza spietata che distrugge anche le città e i templi degli dèi stessi.

Nel 1908 Dunsany compone La spada di Welleran.

 Raccolta di racconti che unisce il mito alla fiaba eroica. La storia del titolo parla di una città decaduta che si salva dall'invasione grazie agli spiriti dei suoi antichi eroi defunti.

Crowley rimase folgorato da questo pantheon. Da occultista che stava strutturando il proprio sistema esoterico (Thelema), vide nei racconti di Pegāna la creazione di un vero e proprio "mito moderno".

Nel 1909 Crowley, grande estimatore della narrativa fantastica, richiese a Lord Dunsany una poesia intitolata "The Sphinx at Giza" per pubblicarla sulla sua celebre rivista esoterica, The Equinox.

Pubblicato nel 1910 all'interno della raccolta "A Dreamer's Tales", il racconto "The Hashish Man" di Lord Dunsany narra di un misterioso incontro a Londra in cui un uomo descrive i suoi viaggi onirici e astrali, indotti dall'hashish, verso la desolata città di Bethmoora e i reami da incubo dell'imperatore Thuba Mleen. Il racconto fonde esotismo e stati alterati di coscienza, anticipando tematiche oniriche riprese successivamente da H.P. Lovecraft. Il racconto fu molto apprezzato da Crowley, che usava Hashish nei suoi esperimenti, e che sosteneva che anche Dunsany non fosse solo un teorico.

Gli storici della letteratura ipotizzano che Dunsany abbia assistito a Londra agli spettacoli teatrali e ai riti di Eleusi messi in scena da Crowley nel 1910

Si ritiene che queste rappresentazioni abbiano influenzato la stesura dell'opera teatrale di Dunsany "The Gods of the Mountain" (1911).


1912

The Book of Wonder di Dunsany. Racconti fantastici caratterizzati da un tono più ironico e avventurosi, popolati da ladri bizzarri, mostri intelligenti (come il Thangobrind) e geografie impossibili ai confini del mondo.

Nel suo romanzo occulto del 1917, Moonchild, Crowley elogiò le capacità di Dunsany, definendo i suoi racconti come "i perfetti gioielli in prosa di un maestro tagliatore e lucidatore, illuminati dai raggi di un'immaginazione che è figlia di Dio".

1919

I legami tra Lord Dunsany e H.P. Lovecraft rappresentano una delle influenze letterarie più profonde, documentate e trasformative nella storia della letteratura fantastica e del weird. A differenza del rapporto con Crowley, basato su sintonie esoteriche, quello con Lovecraft fu un vero e proprio passaggio di testimone artistico.

Il legame nasce il 20 ottobre 1919. Lord Dunsany si trovava a Boston per un tour di conferenze. Lovecraft, che fino ad allora non aveva mai letto l'autore irlandese, andò ad ascoltarlo su invito di un amico.L'impatto fu devastante. Lovecraft rimase incantato dallo stile biblico, poetico e mitopoietico di Dunsany. In una lettera ai suoi amici descrisse la serata come una delle più importanti della sua vita, scrivendo

"Dunsany appare del tutto estraneo a questo mondo... Un titano d'immaginazione che crea dèi e regni con la facilità di un bambino che modella soldatini di creta."
Dopo aver letto compulsivamente le prime opere di Dunsany (in particolare The Gods of Pegāna e A Dreamer's Tales), Lovecraft cambiò radicalmente il suo modo di scrivere, inaugurando quella che i critici chiamano la sua fase dunsaniana o Ciclo Onirico (Dream Cycle).
Tra i testi lovecraftiani nati sotto questa diretta influenza troviamo:
  • The White Ship (La nave bianca, 1919): Scritto appena un mese dopo aver ascoltato Dunsany, è un omaggio quasi letterale a "Idle Days on the Yann". Un guardiano del faro compie un viaggio astrale a bordo di una nave fantastica toccando terre meravigliose e pericolose.
  • The Doom That Came to Sarnath (La rovina che colpì Sarnath, 1919): Riprende l'idea dunsaniana delle divinità arcaiche e vendicative (come in Time and the Gods) che distruggono le città degli uomini superbi.
  • The Cats of Ulthar (I gatti di Ulthar, 1920): Una favola nera ambientata nelle "Terre del Sogno" che ricalca perfettamente l'atmosfera delle fiabe ironiche ed esotiche di Dunsany.
  • The Dream-Quest of Unknown Kadath (La ricerca onirica dello sconosciuto Kadath, written 1926): Il culmine di questa fase. Un immenso viaggio attraverso una geografia mitica e onirica popolata da dèi, reami d'argento e creature bizzarre, che espande a dismisura le intuizioni di Dunsany.

 Dunsany ha fornito a Lovecraft la chiave di volta per superare il classico racconto di fantasmi gotico dell'Ottocento. L'idea dunsaniana di un pantheon di dèi indifferenti al destino umano (come MANA-YOOD-SUSHAI che dorme mentre il mondo esiste solo nel suo sogno) è la radice diretta dell'Orrore Cosmico di Lovecraft. Senza gli dèi di Pegāna, Lovecraft non avrebbe mai concepito Azathoth (il dio cieco e idiota che ribolle al centro dell'universo) o Cthulhu

Nel 1922  Dunsany abbandona la forma breve del racconto per dedicarsi a romanzi che getteranno le basi del high fantasy moderno.1922 – The Don Rodriguez: Chronicles of Shadow Valley (Don Rodriguez: Cronache della Valle dell'Ombra)Contenuto: Un romanzo picaresco ambientato in una Spagna mitica e cavalleresca dell'Età dell'Oro, dove il protagonista cerca fortuna armato solo della sua spada e della magia.

1924. La figlia del re degli Elfi di Dunsany

 Il suo capolavoro assoluto. Gli abitanti di un villaggio umano desiderano essere governati da un signore magico; il giovane Alveric si reca nel reame fatato per sposare la principessa degli Elfi, rompendo il confine tra i due mondi con conseguenze malinconiche e poetiche.

1925. Lord Dunsany e Pirandello

Il legame storico più importante avviene il 2 aprile 1925. Per inaugurare la neonata compagnia del Teatro d'arte di Roma presso il Teatro Odescalchi, Luigi Pirandello (in veste di direttore artistico e capocomico) scelse un doppio spettacolo memorabile

Il proprio atto unico, Sagra del Signore della Nave.

La prima assoluta per l'Italia del dramma di Lord Dunsany, Gli dèi della montagna (The Gods of the Mountain, 1911), nella traduzione di Alessandro De Stefani.

vedeva nell'autore irlandese una potente alternativa al teatro borghese tradizionale, capace di fondere il mito e il fantastico con la riflessione grottesca

Gli storici della letteratura concordano sul fatto che la messa in scena del testo di Dunsany abbia fecondato l'immaginazione di Pirandello per la stesura del suo ultimo capolavoro incompiuto, I giganti della montagna (scritto a partire dal 1931)

L'opera di Dunsany (Gli dèi della montagna) racconta di sette mendicanti che, per ottenere cibo e venerazione, si travestono da dèi di giada scesi dalle vette; tuttavia, le vere divinità si vendicheranno trasformando i bugiardi in statue di pietra. Pirandello riprende e trasforma questa suggestione

Sette mendicanti, guidati dal cinico e intelligente Agmar, muoiono di fame fuori dalle mura della città. I cittadini sono diffidenti e le elemosine scarseggiano. Agmar elabora un piano sacrilego: approfittare del fatto che i sette veri dèi protettori della città — sette statue scolpite nella giada verde che risiedono sulle vette della lontana montagna di Marma — sono creduti dormienti o pigri

mendicanti si procurano delle vesti di seta verde e camuffano i loro volti. Entrano in città fingendo di essere gli dèi di Marma scesi dalla montagna in forma umana. Agmar istruisce rigidamente i compagni: non devono abbuffarsi avidamente, non devono chiedere denaro, ma accettare i sacrifici con l'indifferenza e la freddezza tipiche delle divinità. La popolazione, inizialmente scettica, capitola davanti a tale superba alterigia e comincia a venerarli, offrendo banchetti sontuosi

Alcuni cittadini diffidenti inviano un messaggero fino alle vette di Marma per controllare se le sette statue di giada siano ancora lì. Nel frattempo, i mendicanti iniziano a cedere alla paura e all'avidità. Il messaggero ritorna terrorizzato: le sette sedie sulla montagna sono vuote. La popolazione si convince definitivamente del miracolo, ma i mendicanti capiscono che qualcosa di sovrannaturale e terribile sta accadendo

el finale si avverte un pesante rumore di passi di pietra. I veri sette dèi di giada entrano nella stanza. Non dicono una parola: camminano freddamente verso i mendicanti e, con un tocco magico, li trasformano in statue di pietra verde. Quando i cittadini entrano, trovano i falsi dèi pietrificati e si inginocchiano davanti a loro, convinti che gli dèi siano tornati alla loro forma minerale dopo aver visitato la Terra, destinando i mendicanti a essere venerati per sempre come impostori divini.

Quando Pirandello scelse di inaugurare il Teatro d'Arte di Roma con il dramma di Dunsany Gli dèi della montagna, la macchina burocratica e legale si attivò regolarmente. Dunsany — che era un aristocratico molto attento alla tutela legale e ai compensi delle sue opere (all'epoca popolarissime anche a Broadway) — dovette firmare la concessione dei diritti per la traduzione italiana di Alessandro De Stefani e per la successiva messinscena guidata da Pirandello. Fu proprio questa transazione ufficiale a notificare a Dunsany l'interesse del maestro del relativismo italiano per la sua produzione mitopoietica

Dunsany era una figura centrale della rinascita letteraria irlandese e frequentava assiduamente gli ambienti teatrali di Dublino. In quegli anni in Irlanda operava la Dublin Drama League (fondata da W.B. Yeats, stretto conoscente di Dunsany, e da Lennox Robinson), un'associazione nata con l'obiettivo specifico di portare sul suolo irlandese il meglio del teatro d'avanguardia dell'Europa continentale.La League fu una delle primissime istituzioni nel mondo anglosassone a tradurre e mettere in scena proprio le opere di Luigi Pirandello a Dublino (come Il giuoco delle parti, tradotto in inglese come The Game as it is Played nel 1927). Dunsany, da drammaturgo militante ed estimatore delle novità teatrali, seguì da vicino queste rappresentazioni, assimilando la poetica pirandelliana del metateatro

Nel 1934, Luigi Pirandello ricevette il Premio Nobel per la Letteratura. Lord Dunsany, che seguiva attentamente le dinamiche letterarie globali e i riconoscimenti dell'Accademia svedese (alla quale venne lui stesso candidato più volte nel corso della vita), commentò e registrò la vittoria del collega italiano, di cui ormai conosceva perfettamente il peso specifico nella drammaturgia mondiale

1931

I giganti della montagna è l'ultimo capolavoro incompiuto di Luigi Pirandello (1936), definito dallo stesso autore un "mito". L'opera si articola in tre atti (i primi due scritti, il terzo ricostruito dai dettagli lasciati dal drammaturgo al figlio Stefano poco prima di morire).

L'azione si svolge in una villa isolata e decadente, chiamata "La Scalogna", un luogo fuori dal tempo e dallo spazio dove la realtà sfuma nell'illusione. Qui vive una comunità di bizzarri reietti guidati dal Mago Cotrone, un uomo che ha abbandonato la società borghese per rifugiarsi nel regno dell'immaginazione e dei sogni.Alla villa giunge una compagnia teatrale allo stremo delle forze: la Compagnia della Contessa. Gli attori, ridotti alla fame, stanno girando il mondo per mettere in scena un'unica opera: La favola del figlio cambiato (scritta per la Contessa da un giovane poeta che si è suicidato per amore di lei). La Contessa, Ilse Paulsen, vive la recitazione di questo dramma come una missione sacra e ossessiva, rifiutando di arrendersi nonostante l'indifferenza e l'ostilità del pubblico.Cotrone accoglie gli attori e spiega loro la natura magica della villa: in quel luogo, i fantasmi e i pensieri prendono corpo facilmente.

Durante la notte all'interno della villa, i confini tra realtà e prodigio si azzerano. Cotrone mostra agli attori come la Scalogna sia popolata da apparizioni e creature nate dall'immaginazione. Gli attori stessi assistono e partecipano a visioni oniriche e manifestazioni misteriose (tra cui l'animazione di alcuni fantocci).Cotrone propone a Ilse e alla sua compagnia di rimanere per sempre alla Scalogna. Lì, protetti dalle mura della villa, potranno recitare la loro Favola non davanti a uomini veri, ma per i fantasmi e per se stessi, liberando l'arte da ogni vincolo commerciale o di comprensione pubblica.Ilse, tuttavia, rifiuta categoricamente: per lei l'arte deve vivere tra gli uomini e comunicare con l'umanità, anche a costo del sacrificio. Cotrone, allora, suggerisce un compromesso: l'indomani li condurrà dai Giganti della montagna. I Giganti sono uomini potenti che stanno compiendo grandi opere industriali (scavi, strade, fabbriche) sulla montagna vicina; in occasione di un matrimonio tra due di loro, potrebbero essere interessati a finanziare lo spettacolo.

La scena si sposta ai piedi della montagna, dove i Giganti stanno celebrando le nozze. I Giganti, giganti non per statura fisica ma per la mole della loro ricchezza e del loro potere materiale, non appaiono mai direttamente sulla scena; se ne avverte solo la presenza ingombrante attraverso il calpestio pesante dei loro cavalli e il rimbombo delle loro macchine.I Giganti accolgono con favore l'idea di uno spettacolo, ma loro stessi sono troppo occupati con i propri affari per assistervi. Decidono quindi di "comprare" la recita e di offrirla come svago ai loro operai e servitori, una massa di uomini rozzi, brutali e imbarbariti dal duro lavoro materiale. Cotrone avverte Ilse del pericolo: quel pubblico non è pronto per la poesia. Ma la Contessa non recede. Quando il sipario si apre, Ilse inizia a recitare i versi del poeta suicida. La folla dei servi, incapace di comprendere la bellezza e la delicatezza della poesia, inizia a ridere, a fischiare e a chiedere uno spettacolo più volgare e divertente.Ilse, sdegnata e ferita nella sua dignità d'artista, reagisce insultando la folla per la sua ignoranza. Gli operai, inferociti, si scagliano contro il palco. In un turbine di violenza cieca, la folla lincia e sbrana la Contessa Ilse. Anche altri due attori della compagnia rimangono uccisi nel tentativo di difenderla.L'opera si chiude con il profondo dolore del Conte (marito di Ilse) e con le parole di Cotrone, che constata amaramente come la poesia e la purezza dell'arte siano state distrutte dall'avvento di una civiltà dominata esclusivamente dalla forza bruta

Gli dèi di Dunsany scendono dalla montagna per restaurare l'ordine magico e invisibile. I giganti di Pirandello non scendono mai direttamente in scena; si sente solo il loro correre pesante,

 Il richiamo alla "montagna" e a figure gigantesche o divine è un'eredità diretta del testo dunsaniano.Il tema della finzione che diventa realtà: In entrambi i drammi si riflette sul confine sottile tra l'illusione scenica (i mendicanti di Dunsany che fingono di essere dèi; la compagnia della Contessa Ilse in Pirandello che vive per il teatro) e la realtà drammatica che finisce per travolgere i personaggi

1932. La favola del figlio cambiato.

Il testo de La favola del figlio cambiato è stato scritto da Luigi Pirandello nel 1932 (e pubblicato ufficialmente nel 1933, prima di debuttare in musica all'inizio del 1934).

Analizzare La favola del figlio cambiato significa entrare nel cuore del tormentato e ambiguo rapporto tra Luigi Pirandello e il regime fascista. Quest'opera — nata originariamente come testo teatrale, poi trasformata in libretto d'opera per la musica del compositore Gian Francesco Malipiero — fu al centro di uno dei più clamorosi scandali culturali del Ventennio, culminato nella censura diretta da parte di Benito Mussolini

  • Una madre disperata è convinta che le streghe le abbiano rubato il bellissimo figlio neonato, sostituendolo con un bambino malaticcio e deforme (il "figlio cambiato"). Una fattucchiera del villaggio la rassicura con una rivelazione: il suo vero figlio è stato portato in un palazzo reale ed è cresciuto come un principe, mentre quello che lei ha in casa è il vero figlio del re.
  • L'incontro e lo scambio: Anni dopo, il Principe, tormentato da una profonda malinconia e da una crisi d'identità, torna nei luoghi d'origine per curarsi. Qui incontra la Madre, che lo riconosce immediatamente come suo vero sangue, e il "figlio cambiato", che nel frattempo è cresciuto diventando l'idiota del villaggio.
  • La risoluzione pirandelliana: Il Principe decide di rinunciare alla sua corona e al trono. Sceglie di rimanere a vivere con la Madre nella povertà rurale, trovando finalmente la pace. Al suo posto, manda a corte l'idiota del villaggio a governare, rivestito dei panni regali. La folla e la corte accolgono il nuovo sovrano demente senza accorgersi di nulla, poiché l'apparenza e la "maschera" del potere contano più della sostanza.
  • L'opera debuttò con successo in Germania (a Darmstadt) nel gennaio del 1934. I veri problemi iniziarono con la "prima" italiana al Teatro dell'Opera di Roma il 24 marzo 1934, alla quale assistette lo stesso Benito Mussolini

    La reazione del Duce e dei gerarchi fu di assoluto nervosismo e ostilità. Lo spettacolo finì tra i fischi del pubblico fascista e l'opera venne immediatamente ritirata dal cartellone e vietata in tutta Italia. Poco dopo, anche Adolf Hitler assistette a una replica in Germania e la fece bandire, considerandola "arte degenerata" e atonale

    In pieno regime, dove si glorificava l'autorità assoluta e l'infallibilità del Capo (il Duce), Pirandello metteva in scena un re idiota che governa una massa di sudditi imbecilli che non notano la differenza. L'idea che il potere politico fosse solo una messinscena interscambiabile venne letta come una pericolosa satira sovversiva e un invito implicito alla ribellione

    Quando Pirandello provò a protestare per iscritto chiedendo che fosse il pubblico a giudicare il valore artistico del testo, ricevette tramite il segretario del Duce un telegramma rimasto celebre per la sua brutale perentorietà: «Il Duce m'incarica comunicarle che ha proibito ulteriori rappresentazioni del Figlio cambiato "perché così gli è parso"

     Pur non arrivando mai a una rottura pubblica e ufficiale (rimase Accademico d'Italia e accettò il Premio Nobel nel dicembre del 1934), Pirandello scelse di non citare mai Mussolini né il fascismo durante i festeggiamenti del Nobel a Stoccolma, manifestando la sua profonda amarezza

    L'eco di questo trauma artistico confluirà direttamente, come abbiamo visto, nel terzo atto de I giganti della montagna: la fine violenta della Contessa Ilse, sbranata dai servi dei Giganti che non capiscono la sua opera, è la trasposizione letteraria del linciaggio subito da La favola del figlio cambiato ad opera del pubblico e della censura di regime.

  • La partitura presentava forti tensioni armoniche, passaggi politonali e atmosfere cupe e spettrali. Questo modernismo musicale venne percepito dalle autorità fasciste come "anti-italiano", "cerebrale" e affine all'espressionismo mitteleuropeo. Quando l'opera fu rappresentata in Germania, persino Adolf Hitler la bollò come Entartete Musik ("arte degenerata").
  • Contrasto ironico tra musica e testo: Malipiero inserì sottili elementi di satira musicale. Nei momenti in cui in scena si parla dell'autorità o si mostra la sfarzosa corte reale, la musica si fa grottesca, quasi a sottolineare la falsità intrinseca della messinscena del potere. In pieno regime fascista, questa decostruzione sonora dell'autorità fu vissuta come un insulto politico.

  • 1926 – The Charwoman's Shadow (L'ombra della donna delle pulizie)

    Contenuto: Una fiaba gotica e delicata in cui un giovane scambia la propria ombra con un mago in cambio della conoscenza dell'alchimia, scoprendo poi il triste destino della serva del mago, privata anch'essa dell'ombra.


    Nonostante la venerazione iniziale, Lovecraft capì col tempo che non poteva limitarsi a imitare il maestro. Dunsany manteneva sempre un tono di sottile ironia, speranza o malinconia fiabesca nelle sue opere. Lovecraft, al contrario, tendeva al nichilismo e al terrore puro. Intorno al 1928, Lovecraft dichiarò nelle sue lettere che la sua fase dunsaniana era conclusa, poiché "il pastiche, per quanto accurato, resta un esercizio sterile". Tuttavia, mantenne sempre un rispetto immenso per l'autore irlandese, dedicandogli ampie e lodevoli sezioni nel suo saggio capolavoro Supernatural Horror in Literature (1927).


    1931 – The Travel Tales of Mr. Joseph Jorkens (I racconti di viaggio di Joseph Jorkens)

    Contenuto: Primo di una serie di cinque volumi. Il protagonista, Jorkens, è un membro di un club londinese che, in cambio di un bicchiere di whisky, racconta storie assurde di sirene, mostri africani, alberi magici e viaggi nello spazio.



    Sebbene i due autori fossero contemporanei (Pirandello morì nel 1936 e Lovecraft nel 1937) e avessero entrambi profondi legami artistici con Lord Dunsany, appartenevano a mondi culturali e circuiti letterari completamente separati

    In uno dei suoi ultimi scritti, Suggestions for a Reading Guide (1936), Lovecraft stilò una guida di lettura onnicomprensiva sulla letteratura mondiale. Nonostante l'opera fosse contemporanea alla consacrazione internazionale di Pirandello (che aveva vinto il Premio Nobel nel 1934), il nome dell'autore italiano non compare nell'elenco

    Lovecraft era un profondo estimatore della cultura europea, ma la sua conoscenza era filtrata quasi esclusivamente attraverso il mondo anglosassone o i grandi classici del passato. Sebbene leggesse e citasse autori classici latini (come Petronio o Plinio il Giovane) e avesse una discreta familiarità con l'Ottocento francese (Baudelaire, Maupassant, Gautier), ignorava quasi del tutto le novità letterarie del resto d'Europa a lui contemporanee, a meno che non venissero pubblicate sulle riviste pulp americane o tradotte massicciamente nel Regno Unito


    Crowley anche scrisse poco degli italiani contemporanei, benché invece venerasse, come Lovecraft, i classici, e apprezzasse Dante - ritenendolo pagano - Boccaccio, i rinascimentali, Machiavelli e Bruno (che vedeva come artefice di una transizione dall'Italia all'Inghilterra come centro esoterico, come il Warburg). Anche perciò dal 1920 al 1923 risedette in Italia a Cefalù, da cui fu poi cacciato da Mussolini (che prima apprezzava e poi disprezzò). L'unico italiano a occuparsi di lui fu Julius Evola nel 1932, esaminando il suo sistema esoterico.

    L'unico con cui Crowley ebbe probabilmente rapporti fu Marinetti.

    Prima della Grande Guerra, Parigi e Londra erano i centri gravitazionali della cultura ribelle europea. Sia Crowley che Marinetti frequentavano i medesimi luoghi di ritrovo iconoclasti:La connessione parigina: Crowley visse a lungo a Parigi, frequentando il Café du Dôme e gli ambienti simbolisti e cubisti. Marinetti, che scriveva correntemente in francese e aveva lanciato il primo Manifesto del Futurismo sul Figaro nel 1909, era una figura onnipresente in quegli stessi caffè.La parentesi londinese (1910–1914): Marinetti compì frequenti viaggi a Londra per promuovere il Futurismo, stringendo legami con i Vorticisti guidati da Wyndham Lewis e Ezra Pound. Crowley, che in quegli stessi anni pubblicava la sua rivista The Equinox a Londra, seguì con estremo interesse le performance incendiarie di Marinetti, registrandone l'impatto dirompente sulla compassata società edoardiana.