Oliver Goldsmith (?), "Il Trionfo della Generosità" (1782)




Questo piccolo volumetto, in cattive condizioni di conservazione, che ho acquistato a un prezzo irrisorio, è il secondo volume del "Trionfo della Generosità" nell'edizione veneziana di Pietro Valvasense, del 1782, un volume attualmente assente nelle vendite online, con tre copie attestate in biblioteche pubbliche. La mia copia non ha naturalmente alcun valore, ma ha qualche elemento di interesse storico-letterario in relazione all'originale.

L'opera è infatti attribuita all'autore de "Il Vicario di Wakefield", Oliver Goldsmith (1730-1774), attribuzione ritenuta dubbia, contenuta nell'edizione inglese. Oggi si attribuisce l'opera anche a Arthur Murphy (1727-1805), ed erroneamente attribuita anche a Samuel Jackson Pratt. La storia narra la vita di Francis Wills, secondo i canoni piuttosto classici del romanzo di avventure/formazione settecentesco e primo-ottocentesco: il volumetto in mio possesso, il secondo di quattro, tratta del passaggio dalla fanciullezza alla giovinezza, e si chiude con il protagonista sui venticinque anni. 

Goldsmith aveva studiato al Trinity College di Dublino, laureandosi nel 1749; in seguito, durante lo studio di Medicina a Edinburgo 1750-55 compie il grand tour sul continente (visita anche l'Italia del Nord) e in seguito è a Londra dal 1756, dove si distingue come uno degli illuministi inglesi anche grazie a "Il cittadino del mondo" del 1760, dove un cinese osserva i costumi occidentali e li critica, sul modello dell'opera fondante del movimento, le "Lettere Persiane" (1720) di Montesquieu. Il suo progetto era però di realizzare una Enciclopedia illuminista sul modello di quella inglese, compito che mancò per la fine relativamente precoce.

L'opera più nota, Il Vicario (1766) è stato uno dei libri più letti tra il XVIII ed il XIX secolo: viene infatti citato in Middlemarch di George Eliot, Emma di Jane Austen, David Copperfield e Racconto di due città di Charles Dickens, Frankenstein di Mary Shelley, The Professor e Villette di Charlotte Brontë, Piccole donne di Louisa May Alcott, I dolori del giovane Werther e Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister di Johann Wolfgang von Goethe.

Goldsmith in verità era critico rispetto all'allora nuovo genere del romanzo nei suoi scritti, e quindi colpisce ne abbia scritto uno; viene attribuito all'invidia per il grande successo di uno dei primi grandi capolavori, il Tristram Shandy di Lawrence Sterne, composto dal 1759 al 1767, che si era distinto come una prima, brillante e ironica, parodia dei meccanismi del romanzo settecentesco.

Per alcuni quindi anche il Vicario nasce con intento parodistico, ma - meno contorto del geniale capolavoro di Sterne - viene invece accolto come un capolavoro del genere. Questo secondo romanzo, invece, a lungo di attribuzione incerta, verrebbe dopo il capolavoro per ragioni esclusivamente alimentari, in quanto Goldsmith non versava in ottime acque e il nuovo romanzo, sulla scorta del primo, gli venne probabilmente pagato bene. La scelta dell'anonimato potrebbe quindi riguardare la scarsa passione dell'autore per questo suo romanzo scritto solo per mantenersi.

(vedi qui: http://www.ricorso.net/rx/library/criticism/revue/d-f/Freeman_A.htm)

"The triump of benevolence" (1772) resta quindi uno dei piccoli misteri della letteratura inglese; questa tutto sommato precoce edizione veneziana, nel 1782, dimostra il successo che ebbe. Una piccola curiosità in fondo marginale, ma per otto euro, non mi dispiace averla in collezione.


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