The Electrical Review, 1906
Acquisti sui mercatini.
Questo numero di Electrical Review dell'agosto 1906 l'ho comprato a Fossano, trovato a un prezzo simbolico di 5 euro. L'ho preso per la mia collezione di proto-fantascienza perché, anche se ovviamente non appartiene strettamente al genere, è comunque alla base di quel clima.
Si tratta della più antica rivista di ingegneria elettrica, pubblicata tutt'ora (e con sito internet), apparsa nel 1872 nel clima positivistico dell'epoca, all'inizio come Telegraph Review, allora l'unica applicazione tecnica dell'elettricità. Unica ma fondamentale: nel 1866 si era collegata Europa e America col cavo sottomarino, e poi con un lungo percorso via terra Londra a Bombay nel 1870.
La rivista finì per poi estendersi a tutte le applicazioni del nuovo fluido elettrico sotto lo storico editor Tom Gatehouse (1881-1921), che guidò la rivista in 40 anni di esplosione del fenomeno elettrico, portando al cambio di nome nel 1892 quando ormai la telegrafia era solo una parte delle meraviglie dell'Elettricità (e, ormai, stava venendo superata dagli studi di Hertz - 1886 - sulla comunicazione wireless, che portarono alla Radio di Marconi nel 1901).
La testata è magnifica e mostra tutte le applicazioni dell'elettricità all'epoca: le centrali in alto, la navigazione in basso, gli usi urbani (luce e tram elettrici) nel cerchio iniziale. Da notare come il titolo sia nello stile liberty dell'epoca, ma al tempo stesso i tralci di vite decorativi terminano in una lampadina.
Estetica e contenuto perfettamente fusi insieme: il principale articolo è un attacco agli ultimi difensori dell'illuminazione a gas, e ci si dice delusi che sir William Preece ancora difenda il gas quando fa parte della elite dello "Electrical World". Interessante la riprova l'idea del Mondo Elettrico come quasi un movimento culturale positivista. Curioso anche che le dichiarazioni criticate avvengano al Carnavon Trust, mi chiedo se connesso familiarmente a Lord Carnavon, scopritore (e vittima) di Tutankhamon nel 1922. Ma all'interno c'è di più.
La rivista è molto tecnica, ma la cosa affascinante sono soprattutto le pubblicità e le illustrazioni. è il background da cui nasce la prima fantascienza moderna. Hugo Gernsback difatti giunge a New York dal Lussemburgo nel 1904, e nel 1908 fonda la sua Modern Electrics, la prima rivista di elettronica, dove inserisce anche parti culturali inclusi racconti fantascientifici, prima di passare alla sola fantascienza. Sicuramente The Electric Review è un suo modello, in particolare i numeri degli anni tra queste due finestre temporali, come questo che sta precisamente in mezzo (1906).
E infatti notiamo come le numerose immagini di centrali elettriche ritornino negli ambienti futuristici (in Metropolis verranno divulgati a tutti); e come cartoon che umanizzano i componenti elettrici.
Questo Switch di nuova concezione del 1906 appare ad esempio come un robot efficiente che pensiona i vecchi robot-switch ancora in servizio, spedendoli per sempre al ricovero delle tecnologie un tempo innovative e oggi abbandonate. In una vignetta è già la trama di Io, Robot, il film.
A volte gli stessi componenti hanno forme antropomorfe, come questo che pare davvero un protorobot, quasi da SF optical anni '50 o seguenti.
Esteticamente è affascinante questo "steampunk liberty", con elementi tecnologici mescolati a decorazioni floreali, come già nella testata.
Da notare anche il logo di questa batteria, che richiama quasi un sole alchemico.
Ma l'articolo più interessante di questo numero di agosto 1906 di Electrical Review è di sicuro quello dove si parla di una recente conferenza londinese dove sono stati presentati i nuovi avanzamenti della ricerca sull'atomo.
Frederic Soddy, il conferenziere, era il collaboratore stretto di Rutheford dal 1900, e nel 1921 come lui (che lo anticipò nel 1908) ottenne il premio per la chimica per le sue ricerche.
Tutto era iniziato il 12 Agosto 1896, sul numero 39, con "Roentgen Rays or Streams", dove Tesla discute la natura corpuscolare dei raggi X.
Nel 1897 la scoperta degli elettroni da parte di Thompson, che mandava in crisi il modello dell'atomo indivisibile: in un articolo di quell'anno intitolato "Cathode Rays" la rivista ne aveva ovviamente parlato.
Nel numero del 27 gennaio 1897, l'articolo "Tesla on Electricity" (Vol. 30, No. 3, p. 47) evidenziava la sua visione della radiazione come flussi di particelle materiali. Tesla fu uno dei primi a suggerire nella rivista (maggio 1897) che i raggi Röntgen non fossero vibrazioni dell'etere, ma getti di particelle proiettati ad alta velocità, una posizione che lo portò a mettere in guardia contro i pericoli biologici delle radiazioni molto prima che diventassero di dominio pubblico.
Dopo la scoperta dell'elettrone, l'attenzione della rivista si spostò rapidamente sulla "radio-attività", termine coniato da Marie Curie (che visitò poi anche nel 1918 le nostre Terme di Lurisia, nel monregalese). La scoperta del radio e del polonio nel 1898 fu seguita con estremo interesse, poiché queste sostanze sembravano violare il principio di conservazione dell'energia emettendo calore e luce senza apparente esaurimento.
Perrin già nel 1901 aveva ipotizzato, a livello ipotetico, il modello planetario.
Curiosamente, il genere del "viaggio nell'atomo" come un pianeta si sviluppò in un vero e proprio filone americano dagli anni '20 ("The Girl of the golden atom" di Ray Cummings, 1919, e seguenti) ma già nel 1902, precocissimo, il nostro italico Enrico Novelli in arte Yambo scrisse "L'Atomo", con tale tema.
C'erano già esempi di "viaggi in un mondo microscopico", ma con l'atomo Yambo è probabilmente il primo.
Fitz-James O'Brien - The Diamond Lens (1858): È spesso citato come il vero antenato. Qui il protagonista non entra in un atomo, ma guarda attraverso un microscopio potentissimo e vede, dentro una goccia d'acqua, una fanciulla bellissima (Animula) che vive in un mondo microscopico.
Kurd Lasswitz - Auf zwei Planeten (1897): L'autore tedesco accenna a dimensioni microscopiche, ma senza la struttura narrativa del "viaggio dentro l'atomo".
Ma, al di là della protofantascienza affascinata dal tema, Thompson aveva preferito il "modello plumcake" (1903), con gli elettroni come uvetta in un atomo comunque solido come un panettone (ci ho sempre trovato una certa ironia nel nome, non so se scelto dallo stesso Thompson, quasi a evidenziare una soluzione sgraziata a fronte di quella elegante del modello planetario). Il giapponese Nagaoka, nel 1904, è primo a rigettare tale tesi con argomentazioni, proponendo un immagine planetaria che rimanda a Saturno e ai suoi anelli.
Tra il 1902 e il 1904, The Electrical Review documentò quello che gli storici chiamano il "sogno alchemico". La rivista riportava esperimenti su come il radio potesse influenzare la conducibilità dell'aria e come le sue emanazioni potessero essere raccolte e misurate. In questo periodo, Rutherford e Frederick Soddy, lavorando all'Università McGill, formularono la teoria della "disintegrazione atomica", sostenendo che la radioattività fosse il risultato della rottura spontanea degli atomi.
Articolo/Riferimento Data/Volume Contenuto Sintetico
"Radio-activity of Ordinary Materials" 1903 (Nature/ER)
Rutherford ipotizza che tutta la materia sia instabile.
"Excited Radioactivity" 1903 (ER Index)
Studio sulla trasmissione della radioattività indotta.
"The Record of Radium" 1904 (ER Vol. 54)
Analisi del radio come potenziale fonte di energia industriale.
Ernest Rutherford divenne una figura centrale nelle pagine di The Electrical Review non solo per le sue scoperte, ma per il suo approccio metodologico che risuonava con la mentalità degli ingegneri. Nel 1904, la rivista recensì il suo libro fondamentale, Radio-Activity, descrivendolo come uno dei resoconti più chiari mai scritti sul tema.
Rutherford dimostrò che le radiazioni emesse dai minerali di uranio e torio non erano uniformi. Egli classificò queste emissioni in raggi alfa e beta, basandosi sulla loro capacità di penetrazione e sulla loro carica elettrica. I lettori della rivista furono informati che i raggi beta erano identici agli elettroni (corpuscoli) di Thomson, mentre la natura dei raggi alfa rimaneva l'enigma centrale che sarebbe stato risolto proprio nel meeting di York del 1906, di cui parla il mio numero di Agosto.
La rivista diede grande rilievo alla collaborazione tra Rutherford e il chimico Frederick Soddy. Insieme, essi proposero che l'emissione di particelle alfa portasse alla trasformazione dell'elemento originale in un nuovo elemento chimico. Questa "transmutazione" era una sfida diretta alla chimica classica del XIX secolo. The Electrical Review analizzò come questa energia intra-atomica fosse milioni di volte superiore a qualsiasi combustione chimica nota, suggerendo che "un pollice cubo di radio potrebbe alimentare una flotta di navi da guerra".
Il numero di agosto 1906 di The Electrical Review (Vol. 59) si inserisce in un momento di svolta per la scienza britannica. La British Association for the Advancement of Science scelse York per il suo 76° incontro annuale, un luogo carico di significato storico essendo stata la sede della prima riunione della BA nel 1831.
Gli esperimenti di Rutheford di cui parla la conferenza, il vero padre della fisica nucleare moderna, erano volti a dimostrare come l'atomo (a-tomos, "indivisibile") fosse in realtà infrangibile. Rutheford, studioso della radioattività, dal 1898 docente universitario alla McGill in Canada, fin dal 1900 conduceva studi volti a collegare la radioattività alla decadenza degli atomi. Nel 1907, passa alla Victoria University di Manchester dove conduce i suoi studi bombardando lamine d'oro con raggi alfa (da lui scoperti, come i beta e gamma) che gli valgono il Nobel per la Chimica nel 1908 e avviano il superamento del modello di Thompson, portando poi al suo nuovo modello nel 1911.
Nella conferenza si discute se quindi gli elettroni siano i "nuovi atomi", i "nuovi indivisibili", ma appare anche un certo scetticismo: se si è scisso l'atomo (per il momento, solo una mera curiosità scientifica) anche questi non sono così solidi.
Inoltre, si dichiara che in effetti ora sarebbe possibile, scindendo gli atomi, trasformare il piombo in oro, anche se il procedimento sarebbe ovviamente per nulla vantaggioso economicamente. Tuttavia l'idea che la trasmutazione alchemica avesse uno scopo materiale era rigettata dall'alchimia medioevale "alta", dove però non simboleggiava nemmeno solo una "trasmutazione spirituale" dell'animo umano (come per l'ermetismo umanistico che arriva poi a massoneria, carboneria, Jung): ma, tramite il procedimento alchemico, difficilissimo ma che va raggiunto realmente, l'uomo purifica sé stesso.
In qualche modo, la nascita della scienza atomica è quindi il raggiungimento dell'antica alchimia, giunto a perfezione con l'esperimento ALICE (A Large Ion Collider Experiment) condotto al CERN di Ginevra, col Large Hedron Collider, dal 2015 al 2018.
Ma già dal 1960 "Il mattino dei maghi", l'opera che ha cambiato definitivamente l'esoterismo nell'età atomica, sosteneva come la scienza atomica (allora divenuta qualcosa di enormemente impattante dal 1945 in poi) era appunto il raggiungimento della sapienza alchemica, e che questa - la parte più discutibile, ovviamente - era il residuo di reali conoscenze antiche di scienza atomica di Atlantide e altre civiltà primordiali dimenticate (o volutamente cancellate).
Jacques Bergier, lo "scienziato" dei due autori, è una figura affascinante. Parte della diaspora degli ebrei russi in Francia dopo la grande instabilità degli anni '20, si laureò in ingegneria chimica mantenendo grandi interessi per la fantascienza e la chimica nucleare. Nel 1936 scoprì, insieme al fisico atomico André Helbronner, l'uso dell'acqua pesante per rallentare i neutroni, cosa che sarà fondamentale per lo sviluppo dell'atomica. Molto rapidamente, sviluppò una predilezione per l'alchimia (rafforzata da un presunto incontro con Fulcanelli nel giugno 1937), e fu tra i primi a sostenere che la scienza atomica restaurava l'alchimia in un senso non solo metaforico. Egli prese parte attivamente alla Resistenza, anche e non solo per le sue origini ebraiche, e fu fondamentale nella resistenza scientifica. Nel 1941 conosce Arthur C. Clarke, nel 1942 Fleming.
Grazie alle informazioni fornite da un ingegnere russo che lavorava sul terreno e trasmesse a Londra, la sua rete fu all'origine del bombardamento della base di test dei razzi V2 a Peenemünde. Il tenente Pecquet della sezione settentrionale della rete riferì ai britannici i siti V1 situati nella Somme. Per quanto riguarda Bergier stesso, riuscì a inviare agli inglesi i primi progetti delle teste guida V1, che era riuscito a rubare a Jaeger; nel 1943 l'Operazione Hydra distrusse il sito di studio delle V1, bloccando i progressi di Von Braun. Catturato nel 1944, torturato, spedito a Mathausen, partecipa alla sua liberazione e sostiene di esser stato lui a sparare alla tempia a Ziereis, il comandante.
Nel 1952 abbandona il lavoro di ingegnere, traduce Lovecraft per primo e nel 1953 fonda Fiction, prima rivista francese di Fantascienza (in Italia, Urania è del 1952 come la stessa parola fantascienza). Nel 1954 incontra l'umanista Pauwels.
Louis Pauwels a sua volta era una figura affascinante, anche se meno particolare di Bergier. Nato a Parigi, la seconda guerra mondiale interrompe la carriera accademica; nel 1939 inizia a insegnare lettere nella piccola cittadina di Athis Mons, mentre approfondisce le filosofie orientali fino al 1945 e nel 1948 diviene allievo di Gurdijeff. Nel 1949 esordisce alla direzione di Combat, che era stata la principale testata clandestina della Resistenza francese, e percorre una ottima carriera giornalistica fino a divenire il responsabile delle pagine culturali del Figaro nel 1977, dove inserì anche gli esponenti del GREECE di Alain de Benoist, e che diresse fino al 1993.
Nel 1960 Pauwels e Bergier pubblicarono il frutto delle loro comuni ricerche, "Il mattino dei maghi", ritenuto il testo fondante di un differente "realismo magico" europeo, in cui si usano elementi del fantastico per interpretare in modo più complesso la realtà. Sulla scorta del libro nel 1961 uscì Planete, rivista di questa tendenza da oltre centomila copie a numero.
Ma torniamo al nostro giornale The Electric Review, e concludiamo.
Sebbene il termine "elettronica" non fosse ancora d'uso comune nel 1906, la rivista stava già gettando le basi per questo campo. Gli studi sulla "valvola" di Fleming e sull'effetto termionico venivano discussi come estensioni dirette del lavoro di Thomson e Rutherford sull'emissione di elettroni. La rivista riconobbe che il controllo di queste "piccole cariche" avrebbe permesso la comunicazione senza fili a lunga distanza, portando infine alla "Wireless Telegraphy" di Marconi.
Trovo affascinante la prova che, fin da subito, gli scienziati si siano resi conto di aver completato il percorso dell'alchimia, come dimostra questa considerazione nella conferenza del 1906 qui riportata.










