Appunti su Guido de Giorgio.
Due miei appunti su una figura molto interessante per i miei diletti esoterici, un occultista di grande rilievo, stimato da Evola sopra sé stesso, e usato da Guenon per cercare di influenzare la scena esoterica evoliana del Gruppo di Ur in senso "cattolico", ovvero contrastivo dello spirito di Kali Yuga e dissoluzione incombente, in favore di un "Impero" esoterico tradizionalista. Oggi semidimenticato (ma molto stimato nella cerchia dell'esoterismo "di destra", De Giorgio ha risieduto a lungo nella mia Mondovì).
Guido Maria Lupo De Giorgio, "l'aquila di San Lupo", nasce a San Lupo il 3 ottobre 1890, in Provincia di Benevento, antica terra sannita, da una famiglia benestante. Il padre notaio lo indirizza a studi classici e poi di filosofia a Napoli, dove si laurea nel 1913. De Giorgio qui rifiuta il clima positivistico imperante in quegli anni.
Forse anche per ciò
emigra in Tunisia con la cugina Gilda, che sposa, nel 1914,
con cui ha il figlio che chiama "Havis", sacrificio in
sanscrito. Qui insegna in un liceo a Tunisi ed entra in contatto con
l'esoterismo islamico dello sceicco sufi Mohammed Keireddine, che gli
dice: "voi siete una bomba" alludendo alle enormi energie
incontrollate al suo interno pronte a esplodere.
Nel 1915 torna in Italia a Varazze, e dove ha le figlie Ulmaire e Djmila (1916). Probabilmente non partecipa alla prima guerra mondiale in quanto ormai padre di famiglia: non ho trovato nulla al proposito.
1918-1920s, finita la guerra, va a Parigi dove secondo alcuni c'è un primo incontro con l'ambiente di René Guenon, se non con Guenon stesso (che anni più avanti non ricorda l'incontro). De Giorgio diviene quello che è considerato il miglior allievo italiano di Guenon e la sua testa di ponte presso gli Evoliani.
Anche Guenon, partito dalla Gnosi d'area occultistica francese, si era avvicinato all'islam esoterico nel 1912, gli stessi anni di De Giorgio.
Sono gli anni in cui Guenon pone i principi che poi riprenderà da noi De Giorgio: conciliazione tra Oriente e Occidente (1924), ed Esoterismo di Dante (1925).
Nel 1925, in una corrispondenza di De Giorgio con Guenon, questi critica Evola, per la vanagloria e l'eccessivo spazio dato alla magia nel Gruppo di Ur. De Giorgio concorda, per Guenon è l'unico che Evola può ascoltare, quindi deve cercare di influenzarlo.
Evola, inizialmente futurista vicino al gruppo fiorentino della rivista Lacerba di Papini (1913), entra nel movimento di Marinetti fino al 1919, dove la rottura è causata dal suo filogermanesimo (non condivide l'ingresso in guerra contro la Germania). Nel 1920 la rottura e l'adesione al Dada di Tzara, che ben concilia col suo nichilismo nicciano e mistico-buddista. Nel 1923 abbandona la pittura e sperimenta sostanze psicotrope fino al 1925; poi approda alla filosofia col suo paganeggiante Individualismo Assoluto, che si esprime in un Idealismo Magico coerente con la sua idea di Astrazione Magica già praticata nel periodo d'avanguardia artistica.
Nel 1926 pubblica L'Uomo come Potenza e scrive su riviste come Ultra, Bilychnis, Ignis, Athanor.
Egli prepara intanto la fondazione di quello che sarà il suo Gruppo di Ur, come tradizionalismo esoterico che risalga a radici "più che romane", ma ancestrali, nella Ur caldea e mesopotamica e in generale al "principio Ur-", in tedesco "originario", primordiale.
Nel 1926 intanto giungono le Leggi fascistissime e il totalitarismo fascista. Uno scontro pubblico tra Guenon ed Evola segna la loro rottura.
De Giorgio incontra Guenon di persona nel 1927 ed entra poi nel Gruppo di Ur di Evola nato quell'anno, svolgendo quel ruolo di possibile mediazione indiretta di cui si parlava nelle lettere.
Lo pseudonimo "Havismat" utilizzato in quel contesto non era solo una firma, ma un richiamo alla sua funzione di "offrente", di colui che compie il sacrificio per riconnettere il piano umano a quello divino.
E' in questo periodo che giunge dalle nostre parti. Nel 1928 si trasferisce a Ormea.
Nel 1929 Guenon scrive a De Giorgio circa "La Torre", nuova rivista iniziatica che nascerà nel 1930 ad opera di Evola, dopo la chiusura del Gruppo di Ur; di essa De Giorgio fu animatore occulto col nome di Zero per l'unico anno di sua durata.
Coi Patti lateranensi del fascismo, il fascismo esoterico viene intanto marginalizzato. Nel 1930 Guenon – che quest'anno si trasferisce al Cairo, da cui non tornò - gli riconosce di essere l'unico a saper condizionare Evola. De Giorgio scrive a Evola che la magia va fatta nel segreto, non usata come trucco psicologico. L'occultismo in Europa è decadente.
De Giorgio intanto ottiene il posto di insegnante di filosofia al Liceo di Mondovì. Vive in via Vasco, in via Vico (che divenne via Havis de Giorgio dopo che questi cadde nelle guerre fasciste).
"Queste strade, con la loro architettura medievale e il silenzio rotto solo dai rintocchi delle campane, fornivano lo sfondo ideale per la stesura dei suoi studi su Dante e della sua opera monumentale La Tradizione Romana", scrive una pagina "di area". In effetti nella Mondovì Piazza trecentesca si può cogliere lo spirito dell'Italia dei "cento comuni".
De Giorgio considerava Dante non come un semplice letterato, ma come un "Poeta-Teologo" ispirato direttamente dallo Spirito Santo. Seguendo la scia di studiosi come Luigi Valli ma spingendosi oltre le loro analisi simboliche, De Giorgio interpretava il cammino di Dante come una reale "morte mistica" e una successiva resurrezione iniziatica. Il commento ai primi canti dell'Inferno, conservato e poi pubblicato grazie ai manoscritti consegnati da Filippo Ladon, legge la "selva selvaggia" come lo stato di caos della materia (hyle) e Virgilio come la funzione intellettuale che guida l'anima fuori dal disordine.
Forse De Giorgio avrà conosciuto la vicina Augusta Bagiennorum, centro del Piemonte romano, baluardo italico.
Negli anni Trenta e Quaranta, De Giorgio divenne una colonna portante del Diorama Letterario, la pagina culturale curata da Evola per il quotidiano Regime Fascista di Roberto Farinacci. In questi scritti, De Giorgio cercò di fornire al fascismo una "anima" metafisica, distinguendo tra l'aspetto puramente politico e materiale del regime e la possibilità di una restaurazione spirituale legata al mito di Roma. Questa visione, che lui definiva "Fascismo Sacro", era tuttavia troppo distante dalla realtà modernista del regime per poter essere realmente influente e non uscì dalla nicchia del fascismo esoterico.
L'insegnamento presso il liceo locale gli permise di entrare in contatto con i giovani del posto, tra i quali seppe individuare alcune menti recettive. Tra i suoi allievi più cari e fedeli spicca Filippo Ladon, che sarebbe diventato l'erede spirituale e il custode dei suoi manoscritti più preziosi.
Lasciata Mondovì per isolarsi, soprattutto dopo la sconfitta del regime, sarà a Fiamenga e Sant'Anna di Montaldo. Non lasciò più il monregalese.
La scelta della città piemontese come luogo di residenza stabile, avvenuta intorno al 1930, rispose a una necessità di isolamento e di contatto con la natura alpina, che lui considerava un riflesso terrestre della verticalità spirituale. Mondovì non fu per lui solo un domicilio, ma una "cittadella" in cui esercitare la sua funzione di maestro e di contemplativo.
Julius Evola così ne parla: “… era una specie di iniziato allo stato selvaggio e caotico, aveva vissuto con gli arabi, aveva conosciuto il Guenon e dal Guenon era stato tenuto in alta stima. Possedeva una cultura eccezionale … la sua insofferenza per il mondo moderno era tale che egli si era ritirato a vivere fra i monti … Fui in contatto con D.G. con cui mi incontrai anche due volte sulle Alpi, soprattutto nel breve periodo della vita della mia rivista “La Torre”.
(Il De Giorgio monregalese d'adozione vivente a Piazza non avrà potuto fare a meno di collegare il titolo alla Torre del Belvedere).
Nel 1930 circa si risposa con una giovane prof del liceo sua ex allieva (nessuno online la nomina), da cui ha la figlia Maria, che poi divenne Suor Scolastica, e Renato, nel 1945, così chiamato in onore di Renè Guenon. I tre figli che ha con lei non hanno nomi iniziatici, a differenza dei primi tre.
Verso il 1930 il figlio Havis prende la licenza ginnasiale a Mondovì. Intanto la crescente Ascesa al potere del nazismo in Germania guardata con favore dal fascismo esoterico per il suo carattere oscuro di esoterismo pagano (1930-1933, una opposta "predicazione messianica" nella lettura di Jung).
Nel 1934 Havis consegue il diploma, iscrivendosi a Lettere a Torino senza frequentare. Preferisce le attività di canottaggio sul Po. Nel 1935 Havis è pervaso da ansia coloniale per l'Abissinia, si arruola, parte a Novembre per Massaua e può finalmente trovare la guerra a cui il padre l'ha preparato. La guerra è per lui "un immenso jazz sugli orli di un abisso", scrive con una bella espressione, un "muore giovane chi agli dei è caro" contro gli imbelli "giudei" attaccati pavidamente all'esistenza materiale.
Nel 1936. Havis Diviene sottotenente del battaglione alpino Saluzzo dopo che afferma di essere "l'uomo nato sull'Amba Aradan", la celebre battaglia.
Nel 1937. Havis Ottiene due croci di guerra e la medaglia d'argento, con citazione da parte di Mussolini in persona; dopo la conquista coloniale viene inserito nel battaglione Hidalgo (cavaliere errante, con rimando alla Spagna e alla guerra di Spagna, ma anche a Don Chisciotte).
Il padre in quest'anno compone il saggio "L'uomo di Dio".
Nel 1938 scattano le Leggi razziali.
Nell’ambito del progetto «Sangue e Spirito», Evola elabora uno schema comprendente «i punti principali della dottrina fascista della razza», da considerarsi come «le norme generali» per i collaboratori italiani della rivista. La stesura del testo è evoliana, ma ha ricevuto il «consenso» di un gruppo più esteso, che comprende anche De Giorgio. Lo schema è stato sottoposto da Evola «personalmente» a Mussolini, il quale «ha dato il suo assenso».
Nel 1939 Havis Muore in Etiopia in uno scontro con i ribelli presso il Torrente Manta, solo ufficiale bianco alla testa di una mezza compagnia di Ascari (18 cadono, ma vincono i ribelli superiori tre volte di numero secondo il resoconto fascista). Ha 24 anni. Ottiene la Medaglia d'Oro al Valor Militare postuma.
Gli verranno intitolati, essendo alpinista come il padre, il Rifugio Mondovì (nato nel 1929) rinominato Havis de Giorgio (il nome si mantiene ancor oggi, credo nell'ignoranza del significato) e la sovrastante punta Havis de Giorgio dal CAI di Mondovì.
Per il padre Guido, la morte di Havis fu a conferma che il figlio aveva realizzato il suo dharma. Nelle sue lettere e nei suoi diari, Guido descrive Havis come colui che è passato "oltre", trasformando il sangue del sacrificio in luce spirituale.
La morte del figlio gli dà l'agognata occasione di un colloquio con Mussolini.
La Tradizione Romana, il cui titolo originale, L’emblema fulgurale della potenza. Introduzione alla dottrina del Sacro Fascismo Romano, si ipotizza fu offerta in forma di dattiloscritto a Benito Mussolini nel Natale del 1939 durante un lungo colloquio che si tenne a Palazzo Venezia, in occasione della risoluzione della questione collegata alla morte del figlio Havis avvenuta nel marzo di quello stesso anno in Etiopia.
Roma, infatti, incarna il luogo fisico e metafisico dell’incontro tra le due maggiori correnti spirituali arcaiche: il paganesimo dell’Occidente e il cristianesimo dell’Oriente.
Grazie al recupero di «simboli antichi» ciò potrà essere attuabile anche in un mondo dove il Numero e la Scienza Positiva siano apparentemente dominanti. Uno di questi simboli è il Giano bifronte, immagine della Romanità intesa come «principio comune» e potere unificatore di due tradizioni ricondotte alla loro precisa «distinzione».
La società tradizionale, pertanto, ritrova la sua attualizzazione nel fascismo, inteso come momento spirituale di pura luce, giustizia, verità e potenza rappresentata dal fascio littorio su cui si innesta l’ascia bipenne, simbolo della romanità antica e del suo imperium. De Giorgio vede nel regime mussoliniano un’azione riordinatrice nei confronti della decadenza del mondo moderno. Azione e Contemplazione, Sacro e Profano vanno unificati ed equilibrati.
Mussolini è comunque in genere scettico verso l'esoterismo fascista, sia per i suoi accordi con la chiesa, sia per sua sostanziale indifferenza al tema.
De Giorgio si riavvicina alla fede cattolica e collabora alla rivista Diorama (1939-1942), allontanandosi, soprattutto col secondo dopoguerra, dall'esoterismo.
È curioso notare che, nell'anno in cui inizia la guerra mondiale, in cui De Giorgio, grazie al figlio, può parlare a Mussolini, anche un altro esoterista di Mondovì opera ai vertici: il teosofo e massone di grado 33 Giuseppe Gasco, veterinario e animalista, che diviene quest'anno il Segretario della Teosofia Italiana, in un frangente molto difficile, una fase latomica causata dallo scioglimento fascista a fronte della guerra. Sembra una coincidenza incredibile che due figure centrali (e contrapposte, per alcuni versi) dell'esoterismo italiano del 1939 siano entrambe di Mondovì. Eppure, così è.
Nel 1940 De Giorgio scrive a Massimo Scaligero spiegando di fare sport quotidiano (sci e altro) e vivere dando lezioni a Mondovì; rivendica di aver chiamato suo figlio Havis, ovvero Offerta, e di averlo forgiato per andare a una morte sublime.
Spiega come a Gennaio un suo allievo, compagno di Havis, avesse preparato un saggio su di lui per il GUF di Cuneo, ma il vicesegretario dr. Pallotta rifiuta di stamparlo; De Giorgio, che rivendica di aver inventato la Metafisica del Fascismo Sacro, è irritato a morte contro questa offesa (credo motivata dalla sua matrice esoterica). Evidentemente, Mussolini non ha come logico accordato un particolare rilievo alle teorie di De Giorgio.
Nel 1941 L'Università di Torino conferì a Havis la laurea "ad honorem" in lettere nel 1941, tributando un omaggio postumo al suo percorso di studi interrotto per servire la nazione.
Nel 1942. Guido de Giorgio stesso partecipò indirettamente a questa celebrazione, scrivendo e curando la pubblicazione di testi dedicati al figlio, come L’Eroe del Gimma: Havis De’ Giorgio (1942), spesso facendo figurare come autori gli amici o gli studenti di Havis per mantenere una sorta di anonimato ieratico.
Nel 1943 Col mancato riconoscimento nonostante il sacrificio di Havis, De Giorgio si allontana dal regime, che del resto nel 1943 crolla e diviene nazifascismo (della componente nazista, a differenza dell'entusiasta Evola, non apprezzava il carattere pagano).
Nel 1945 nasce il figlio Renato, in onore di Guenon. Con la fine del fascismo l'interesse esoterico di De Giorgio si spinge nel riconoscere la chiesa come baluardo possibile del tradizionalismo.
Nel 1947 Guenon scrive da Il Cairo a De Giorgio discutendo con lui di Padre Pio, di Kremmerz e dei problemi avuti da De Giorgio, anche durante l'occupazione nazista.
Nel 1949 una nuova lettera di Guenon da Il Cairo. Nei suoi scritti De Giorgio esalta l'Islam, Guenon, critica con forza la Scuola Laica del dopoguerra.
De Giorgio credeva fermamente che, in Occidente, la Chiesa Cattolica fosse l'unica istituzione ad aver conservato, seppur in modo spesso latente o misconosciuto, le chiavi della Tradizione universale. Il suo cattolicesimo era di stampo antico, liturgico e sacerdotale, nemico di ogni modernismo e compromesso con il mondo secolare.
In questo contesto si inserisce l'incontro con Padre Pio da Pietrelcina. Accompagnato dal figlio Renato, Guido si recò a San Giovanni Rotondo per incontrare il frate stigmatizzato, che riconobbe come un autentico "Uomo di Dio". Renato ricorda con emozione il lungo viaggio e le messe celebrate da Padre Pio all'alba, momenti in cui il padre sembrava immerso in una contemplazione assoluta. Questa vicinanza al Santo del Gargano testimonia come, per De Giorgio, la metafisica non fosse un'astrazione intellettuale, ma una realtà che si manifestava attraverso figure carismatiche capaci di operare miracoli e conversioni profonde.
Curiosamente, nel 1950 si svolgono anche le indagini del cardinal Maccari su padre Pio, per l'esplosione postbellica del fenomeno (tenuta più sotto controllo dal fascismo); Maccari fu poi dopo "Arcivescovo ad Personam" di Mondovì.
Nel 1951. Muore Guenon, di cui De Giorgio è l'allievo spirituale.
Nel 1953 muore la seconda moglie, e segue il ritiro a Montaldo, dove visse in isolamento assoluto.
De Giorgio muore nel 1957 a 67 anni, il 27 dicembre. Evola lo descrive come pervaso di disordini "anche nella vita privata ed erotica".
De Giorgio passa abbastanza ignorato a Mondovì: l'Unione ne scrive solo nel 1958, dopo la morte, in un ricordo appassionato de "gli alunni", in riferimento probabilmente a una cerchia giovanile di ex allievi liceali che si riconosceva nelle sue idee, magari anche amici del figlio Havis come quelli che avevano cercato di farlo celebrare, invano, dal cauto fascismo cuneese.
Ironia della sorte, nel 1958 il nuovo pontefice, non connesso in alcun modo all'era fascista, indice il Concilio Vaticano II che, per i tradizionalisti, spazzerà via il ruolo della chiesa come garante del "katechon", dell'imperialismo sacro romano.
La Tradizione Romana di De Giorgio viene pubblicata postuma solo nel 1973 grazie all'interessamento di Franco Pintore e Gianfranco de Turris, rappresenta una delle vette della speculazione metafisica italiana. Torna il tema tradizionalista-esoterico, variamente declinato da altri autori, di Roma come katechon che trattiene l'apocalisse, identificata con la modernità. Negli anni successivi, i discepoli pubblicarono anche gli altri testi dell'autore.



