I Misteri della Sindone

 

1. I Sinottici: Matteo, Marco e Luca

A proposito della Sindone i Sinottici sono molto coerenti tra loro e usano il termine tecnico greco sindòn.

  • Marco (15,46): È il più asciutto. Dice che Giuseppe d’Arimatea "comprò un lenzuolo (sindòn), lo calò giù dalla croce e lo avvolse nel lenzuolo". Nota interessante: Marco specifica che il lenzuolo fu comprato appositamente, suggerendo un tessuto nuovo e di valore.

  • Matteo (27,59): Specifica che si trattava di un "lenzuolo pulito" (sindòn katharà). L'accento sulla pulizia è importante per la purezza rituale ebraica.

  • Luca (23,53): Si allinea a Marco e Matteo, ma nel capitolo successivo (24,12), quando Pietro corre al sepolcro vuoto, usa il termine $o \theta o \nu \iota \alpha$ (othònia), ovvero "bende" o "teli di lino".

2. Il Vangelo di Giovanni: 

Giovanni (20, 5-7) fornisce la descrizione più dettagliata e complessa. Quando Pietro entra nel sepolcro, vede:

  1. Gli othònia (i teli/bende): Giovanni dice che i teli erano "posati" (o secondo alcune traduzioni, "sgonfiati", come se il corpo vi fosse passato attraverso).

  2. Il soudàrion (sudario): Un panno più piccolo che era stato posto sul capo di Gesù. Giovanni sottolinea che non era con i teli, ma "avvolto in un luogo a parte".

Nei Vangeli canonici la Sindone appare ancora solo come un oggetto funzionale (serve a seppellire), non un oggetto iconografico. È un lenzuolo bianco e, per gli apostoli, è la prova del "vuoto" (l'assenza del corpo), non un ritratto.

La concezione della Sindone come immagine ha uno sviluppo lento e successivo.

  • Il Vangelo degli Ebrei (II sec.): È uno dei primi a menzionare che Gesù, dopo la risurrezione, consegnò il lenzuolo (sindòn) al "servo del sacerdote". Inizia qui l'idea che il telo sia stato conservato come reliquia, ma non appare ancora l'immagine miracolosa.

Eusebio di Cesarea, il primo grande storico della Chiesa, scrive nella sua Storia Ecclesiastica (325 d.C.) di aver trovato negli archivi di Edessa le prove di uno scambio di lettere tra Gesù e Re Abgar V.

Intorno al 400 d.C., il testo siriaco Dottrina di Addai aggiunge un dettaglio. Non è più solo una lettera:
  • La leggenda di Abgar e la "Dottrina di Addai": Abgar V il Nero, sovrano di Edessa (nell'attuale Turchia), era gravemente malato (forse lebbra o gotta). Avendo saputo dei miracoli di un guaritore in Giudea, inviò un messo di nome Anania con una lettera per Gesù. Gesù rispose (per iscritto o oralmente) che non poteva andare poiché doveva compiere la sua missione, ma che dopo la sua Ascensione avrebbe inviato un discepolo per guarirlo. Anania, che era anche un archivista e pittore, cercò di ritrarre Gesù, ma non riusciva a causa dello splendore ineffabile del suo volto. Gesù, accorgendosene, chiese un panno, lo premette sul viso e vi impresse i suoi lineamenti. Nasce il termine Acheropita (dal greco αχειροποίητος), che significa "non fatto da mano umana". Testi più tardi suggeriscono che l'immagine si sia impressa sul telo durante l'agonia nel Getsemani, a causa del sudore di sangue.

Lo studioso Ian Wilson ha ipotizzato che il Mandylion non fosse un piccolo fazzoletto con il solo volto, ma la Sindone intera, ripiegata in otto strati.

Nelle fonti antiche il Mandylion viene definito tetradiplon (piegato quattro volte doppio). Piegando in questo modo la Sindone di Torino resta visibile solo il volto, incorniciato in modo da sembrare un ritratto.

Mostrare un uomo nudo, martoriato e morto era inizialmente un tabù per i primi cristiani, che non raffiguravano la crocifissione, pena infamante. Presentarlo come un "miracoloso ritratto del volto" era molto più accettabile e sicuro.

Abgar è uno dei primi re stranieri a riconoscere il Cristo. Il fatto che la reliquia "scelga" un re come custode stabilisce un legame tra il potere temporale e l'oggetto sacro (tema che tornerà con i Savoia).

l Mandylion non era solo una reliquia, ma un Palladio (un oggetto magico di protezione). Si diceva che finché Edessa avesse custodito l'immagine, nessuna armata nemica l'avrebbe espugnata, così come il Palladio di Atena (la sua statua) proteggeva Troia dalla caduta finché non venne appositamente rimossa da Ulisse.

Secondo lo storico Evagrio Scolastico, nel 544 d.C. la città di Edessa fu salvata da un assedio persiano grazie a un'immagine "non fatta da mano umana" (Acheropita).

Il Mandylion venne "riscoperto" in una nicchia sopra le mura di Edessa, dove era stato murato secoli prima per proteggerlo dalle persecuzioni pagane. Da quel momento, l'immagine diventa pubblica e inizia a influenzare tutta l'arte bizantina (il volto del Cristo Pantocratore che conosciamo oggi nasce dalle proporzioni del Mandylion/Sindone).

 Non si parla ancora di un corpo intero, ma di un volto. Tuttavia, le fonti iniziano a descriverlo in modo strano:

L'immagine "sfumata":
Gli osservatori dell'epoca non lo descrivono come un dipinto (non ci sono pennellate, non c'è colore steso). Dicono che l'immagine è come un'evaporazione, un'"impronta di sudore e umori".

Il Mandylion di Costantinopoli (944-1204)

Il Mandylion viene portato trionfalmente a Costantinopoli, il 16 agosto 944, quando l'imperatore di Bisanzio, Romano Lecapeno, pur di avere il Mandylion a Costantinopoli, paga ad Edessa un riscatto enorme, libera 200 prigionieri musulmani e invia un esercito a prelevarlo.

L'arcidiacono Gregorio Referendario pronuncia un'omelia e dice che sul telo non c'è solo il volto, ma anche le tracce del fianco ferito. Questo è il momento storico in cui il "fazzoletto col volto" (Mandylion) e il "lenzuolo funebre" (Sindone) iniziano a fondersi in un unico oggetto.

1204-1353. La Sindone templare

Nel 1204 il cavaliere crociato Robert de Clari scrive nelle sue cronache che nella chiesa di Santa Maria delle Blacherne, a Costantinopoli: "...c'era la Sindone (le syndores) in cui Nostro Signore era stato avvolto, che ogni venerdì si alzava tutta dritta, così che si poteva vedere bene la figura di Nostro Signore.".

L'esercito della IV Crociata, la Crociata dei Mercanti, giunto a Costantinopoli non prosegue per Gerusalemme ma saccheggia la città. L'evento mette in somma crisi l'ideologia crociata.

Mentre altre reliquie (come la Corona di Spine) finirono al re di Francia, la Sindone sembrò evaporare. L'ipotesi storica più accreditata è che sia stata trafugata da un nobile crociato, Othon de la Roche, che potrebbe averla consegnata all'Ordine per ideologia o denaro.

La prima proprietaria "ufficiale" della Sindone a Lirey nel 1357 fu Jeanne de Vergy, moglie di Goffredo di Charny. Molti storici (tra cui Ian Wilson) ritengono che Goffredo fosse un discendente o un parente stretto di Geoffroy de Charney, il precettore dei Templari bruciato sul rogo insieme a Jacques de Molay nel 1314.

Durante il processo ai Templari nel 1307, una delle accuse principali era l'adorazione di un idolo (chiamato spesso Baphomet). Le deposizioni dei cavalieri sotto tortura descrivono l'oggetto in modi che ricordano incredibilmente la Sindone/Mandylion. I cavalieri parlavano di una "testa d'uomo con una grande barba", a volte descritta come avente "quattro piedi" (forse i lembi del telo ripiegato?).

Il termine Baphomet è stato interpretato da alcuni come una storpiatura di Mahomet (Maometto), per accusarli di apostasia verso l'Islam. Tuttavia, gli esoteristi suggeriscono una derivazione greca: Baphe-Metis (Battesimo di Sapienza).

L'ipotesi è che i Templari non adorassero un demone, ma il volto della Sindone. Poiché l'immagine è visibile solo a una certa distanza e appare come un'ombra indistinta, per un occhio medievale poteva sembrare un oggetto magico o "non umano". I cavalieri la esponevano durante i loro capitoli segreti come fonte di ispirazione e protezione (il vecchio concetto di Palladio di Edessa).

Nel 1944, in una vecchia proprietà templare a Templecombe (Inghilterra), fu ritrovato un pannello di legno dipinto che raffigura un volto d'uomo con barba e capelli lunghi, privo di collo, esattamente come apparirebbe la Sindone se vista attraverso una cornice.

1353-1453. La Sindone di Lirey.

Dopo la morte di Goffredo di Charny nella battaglia di Poitiers (1356), la Sindone rimase alla vedova Jeanne de Vergy e poi al figlio. Tuttavia, la linea maschile si estinse e la reliquia passò nelle mani di Margherita di Charny.

Il possesso della Sindone da parte di Goffredo è comprovato anche da un medaglione votivo ripescato nel 1855 nella Senna, conservato al Museo Cluny di Parigi: su di esso sono raffigurati la Sindone (nella tradizionale posizione orizzontale con l'immagine frontale a sinistra), le armi degli Charny e quelle dei Vergy, il casato di sua moglie Giovanna

Intorno al 1370 della Sindone parla un testo di Nicole Oresme, che in modo indipendente da come avrebbe fatto Pietro d'Arcis tempo dopo, additava il lenzuolo come esempio di falsa reliquia con la quale gli ecclesiastici ingannavano gli uomini di fede al fine di estorcere denaro.

Di alcuni anni dopo è il cosiddetto "memoriale d'Arcis", una lettera indirizzata nel 1389 da Pietro d'Arcis, vescovo di Troyes, all'antipapa Clemente VII (che era riconosciuto in quel momento in Francia come papa legittimo) per protestare contro l'ostensione organizzata in quell'anno da Goffredo II, figlio di Goffredo.

Nel 1390 Clemente VII stabilisce che è autorizzata l'esposizione della Sindone a patto che si dichiari che si trattava di una pictura seu tabula, cioè un dipinto («si dica ad alta voce, per far cessare ogni frode, che la suddetta raffigurazione o rappresentazione non è il vero Sudario del Nostro Signore Gesù Cristo, ma una pittura o tavola fatta a imitazione del Sudario»

Il 13 marzo 1453, a Ginevra, Margherita di Charny cedette la Sindone al duca Ludovico di Savoia e alla moglie Anna di Lusiñan.

Fu una vera e propria compravendita mascherata per evitare l'accusa di simonia (vendita di cose sacre). La Chiesa reagì duramente: Margherita fu scomunicata per non aver restituito il telo alla chiesa di Lirey.

I Savoia stavano cercando di elevare il loro status da "Duchi" a "Re". Possedere la reliquia più importante della Cristianità (il lenzuolo che aveva avvolto il corpo di Dio) conferiva loro una legittimazione divina superiore a quella di molti sovrani europei. I Savoia erano storicamente legati agli ordini cavallereschi, e il loro stemma derivava dalla loro partecipazione alle Crociate, come elemento di legittimazione cristiana.

Per decenni la Sindone viaggiò con la corte in uno scrigno speciale. Non era esposta, era "custodita". I Savoia la portavano con sé nei loro spostamenti tra Chambéry, Torino e i castelli del ducato come garanzia di protezione divina.

Chambéry e l'incendio (1532)

La reliquia fu posta nella Sainte-Chapelle di Chambéry. Nel 1532 un incendio rischiò di distruggerla: una goccia di argento fuso della teca forò il telo ripiegato (creando i famosi buchi simmetrici che vediamo oggi). Per i Savoia, il fatto che la Sindone fosse sopravvissuta a un calore così estremo fu interpretato come un segno alchemico di incorruttibilità.


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