La Gabbia, ovvero Metafisica del Calcetto.
foto: Laura Blengino, "La gabbia" (Mondovì, aprile 2026)
Questa foto, scattata da Laura durante la Fiera di Primavera del 2026 a Mondovì, è uno scatto particolarmente interessante per i simbolismi che si intrecciano. Forse sono casuali, ma non importa molto, perché l'inconscio lavora in sottofondo, tramite l'estetica dell'oubject trouvé di surrealista memoria.
Al primo livello di lettura, “letterale”, l’immagine cattura semplicemente un frammento di street soccer: un piccolo campo smontabile di cui vediamo una parete con una pubblicità in verde acceso, e tramite una delle due porte un piccolo frammento dell'area di gioco. Tuttavia, a un secondo approfondimento, la composizione si rivela come un sofisticato incastro di rimandi interni, con almeno tre livelli, uno storico-geografico, uno filosofico, e uno metalinguistico.
Sotto un profilo metafotografico, il fulcro concettuale è la "Gabbia", termine che non definisce solo la tipologia di gioco (il 2 vs 2 citato dal cartellone) e lo spazio fisico delimitato del campo da calcetto, ma stabilisce la grammatica dell'intera inquadratura. Molti sono i dualismi impliciti nella scena: i due palloni, le due squadre, le due nazioni (come diremo), anche i due proprietari del calcetto smontabile.
La “gabbia” però è anche la struttura implicita della foto, quella griglia 3X3 tipica della “regola dei terzi”, applicata anche in questa foto, come si può vedere qui sopra. Una gabbia interna inoltre è costruita anche dalla griglia metallica rossa della porta che agisce come un dispositivo di cattura: incorniciando i piedi di tutti e quattro giocatori, frammentandone l'identità e riducendoli a puri simboli di movimento in questa ulteriore griglia interna 4X4. All'opposto, il cartellone sulla destra, fuori dallo spazio simbolico del calcetto, con la scritta “uni”, evoca l'idea di uno spazio unitario a cui si riconducono le divisioni, 1X1.
Sotto il profilo geostorico, a un primo livello i colori richiamati sono quelli dell'Italia: verde (dominante), bianco e rosso. Essi però sono in opposizione con il pallone in rete, simbolo della Germania, come dimostra la scritta Deutschland sul pallone. Una contrapposizione che ha varie stratificazioni storiche, ma in senso calcistico intanto fa pensare alla finale italo-tedesca del Mundial del 1982, conclusasi 4 a 3 per l'Italia.
Questo elemento si sovrappone al controcircuito tra oggetto reale e simulacro disegnato: il pallone reale, “tedesco” è statico, pesante, bloccato dalla rete; una linea blu tracciata sul marciapiede ne suggerisce una scia immaginaria, ma il movimento evocato è impossibile, perché il pallone non potrebbe, seguendo quella scia, penetrare nella porta rossa. Il pallone grafico è in pieno volo, dinamico, proiettato fuori dallo “spazio verde”.
C'è poi un possibile profilo “teologico”, che si sovrappone bene al calcio quale allegoria della vita, l'universo e tutto quanto. La rete rosso metallica infatti cancella la "T", trasformando Deutschland in un suggestivo "Deusland", terra di Dio. Questa "Terra di Dio" entra in collisione con un altro elemento sacro: la mano che appare dal bordo superiore della recinzione. Con tre dita visibili, richiama inevitabilmente la mano benedicente del Cristo Pantocratore; calcisticamente, la "mano de Dios" di Maradona (a sua volta oggetto di culto quasi divino in Italia, a Napoli) in un altro “derby tra nazioni” come la finale del 1986, Argentina contro Inghilterra, finita 2 a 1, in una impossibile “rivincita” della guerra delle Falkland.
Insomma, a volerla ben guardare, questa fotografia trasforma un non-luogo urbano in un teatro filosofico che ci parla della nostra necessità di recintare lo spazio per dargli un senso, e di come il caso possa generare significati trascendenti. La "Gabbia" non è dunque solo un recinto per calciatori, ma la condizione stessa dell'Osservatore, costretto a cercare il "Deus" nei dettagli.

