Il futurismo a Torino e in Piemonte
IL FUTURISMO A TORINO E IN PIEMONTE
STORIA DI UN’AVVENTURA STRAORDINARIA
di Maurizio TERNAVASIO (Neos Edizioni)
(Raramento pubblico comunicati stampa, ma questo è un volume che mi pare interessante quindi lo segnalo qui sul blog).
Il 20 febbraio 1909 è una data storica della cultura internazionale: su iniziativa del poeta Filippo Tommaso Marinetti nasce il Futurismo. L’atto è ufficialmente sancito dalla pubblicazione del relativo manifesto sul quotidiano francese “Le Figaro”.
Un’avanguardia aggressiva che esaltava la velocità, l’avvento della civiltà industriale e dell’era tecnologica, l’interventismo in ogni ambito. Con la loro furia incendiaria volevano far detonare i castelli chiusi della vecchia arte e le “menti in putrefazione”, mettendo al bando quello che chiamavano “passatismo”, ossia gli stantii romanticismi, l’immobilismo, la retorica accademica e il culto delle cose antiche.
Se Milano è stata la capitale culturale del Futurismo, Torino ne ha rappresentato il centro più fervido per quanto riguarda industria e tecnologia, con le sue fabbriche automobilistiche ed aeronautiche, e con il Lingotto della Fiat , “prima invenzione costruttiva futurista” (Marinetti).
Maurizio Ternavasio ricostruisce la vicenda del Primo Futurismo (1909-1917) e del Secondo (1918-1939) in Piemonte, in particolare a Torino, soffermandosi non solo su letteratura, poesia, pittura e scultura, ma passando in rassegna tutti gli ambiti della nuova estetica: architettura, grafica pubblicitaria, fotografia, danza, cinema, musica, moda e anche gastronomia (in città c’erano due ristoranti: la Taverna del Santopalato e Il sollazzo gastrico).
Torino ha avuto un ruolo di primissimo piano nella diffusione e nell’affermarsi del Futurismo a partire dall’8 marzo 1910, quando al Teatro Chiarella di via Principe Tommaso viene organizzata la grande “serata futurista”: la terza in assoluto dalla nascita del movimento dopo quelle di Trieste e di Milano. Nel cuore del quartiere di San Salvario si svolse un evento sovversivo e sfrontato: performance che rompevano gli schemi con, sullo sfondo, bizzarre scenografie dalle forme geometriche e colori vivaci. I giochi di ombre e luci che si accendevano e si spegnevano a sorpresa davano l’impressione che le opere pittoriche e le sculture mostrate al pubblico galleggiassero quasi nello spazio. Lì venne presentato per la prima volta il Manifesto dei pittori futuristi, firmato anche dal torinese Giacomo Balla.
Altro evento fondamentale fu l’Esposizione futurista internazionale, che si tenne dal 27 marzo al 27 aprile del 1922 al Winter Club, elegante e raffinata sala da ballo negli spazi sotterranei del Caffè Romano, in Galleria Subalpina, con esposte le opere di 43 artisti – tra cui Prampolini e Depero – di tutta Italia, accomunati dal voler dipingere, con la loro tavolozza vivace ed enfatica, ciò che si pensa e non ciò che si vede.
Se nel 1918 la morte di Umberto Boccioni segna la fine del Primo Futurismo, il 5 marzo del 1923 nasce, in una mansarda di via Sacchi 54, la sezione torinese del Secondo Futurismo, la cui anima guida fu Fillia (al secolo Luigi Colombo, originario di Revello, in Provincia di Cuneo), personalità eclettica e geniale, pittore, poeta, scenografo, brillante animatore culturale, critico d’arte, polemista e autore di romanzi futuristi (La morte della donna, L’ultimo sentimentale e L’uomo senza sesso), nonché ideatore di ben sette riviste tra le quali “La città futurista” e “La Città Nuova”. Intorno a sé riuscì a coagulare un gruppo di artisti, tra cui il bulgaro Nicolay Diulgheroff, lo scultore Mino Rosso (che condivideva con Fillia la soffitta dell’elegante palazzina di via Cardinal Maurizio 30), Pippo Oriani, Ugo Pozzo (le cui opere sono state esposte al Guggenheim di New York e al Pompidou di Parigi), Tullio Alpinolo Bracci (in arte Kiribiri), Farfa (Vittorio Osvaldo Tommasini) e l’architetto Alberto Sartoris. A caratterizzarli fu la capacità di sperimentare forme d’arte diverse e innovative, come l’aeropittura, la moda e l’arredamento, dedicandosi all’inizio degli anni Trenta anche alla cucina.
Il Futurismo potrebbe apparire un movimento essenzialmente “maschile” ma così non fu: le donne seppero essere protagoniste e non certo secondarie. Basta pensare a Benedetta Cappa, figura chiave del Futurismo piemontese, moglie di Marinetti e artista che ha saputo interpretare con estrema originalità gli aneliti del movimento, sperimentando pittura (il Tattilismo, evoluzione multi-sensoriale del Futurismo), letteratura e scenografia, e partecipando a ben cinque edizioni della Biennale di Venezia (nel 1930 fu la prima donna ad avere un’opera pubblicata nel catalogo dell’importante rassegna). Ma non solo: Regina, al secolo Regina Cassolo Bracchi, autrice di sculture in alluminio, leggere, geometriche e “aeree”, in perfetta sintonia con il mito futurista della macchina e del volo; Barbara, ovvero la novarese Olga Biglieri, una delle prime aviatrici italiane (aveva conseguito il brevetto a soli diciotto anni dopo aver iniziato a volare all’Aeroclub di Cameri); la pittrice Maria Luisa Lurini, conosciuta con lo pseudonimo di Marisa Mori, allieva di Felice Casorati; la poetessa Térésah, ovvero Corinna Teresa Gray Ubertis, nata a Firenze da una famiglia alessandrina di Frassineto Po, importante figura della vita culturale torinese (fu anche giornalista, pittrice, autrice di teatro); Cesarina Gualino, nata Cesarina Gurgo Salice, ballerina e pittrice, moglie dell’industriale, collezionista e mecenate torinese Riccardo Gualino, la cui scuola di danza consentì di far esibire nel 1926 a Torino i Ballets Russes di Sergei Diaghilev.
L’Autore dedica poi capitoli specifici ad ogni arte e ai principali protagonisti di ciascun ambito: la fotografia (i fotomontaggi di Maggiorino Gramaglia); la musica (Alfredo Casella, ricordato da una lapide sulla facciata della casa natale in via Cavour 41); il cinema (l'unico film a tutti gli effetti futurista girato e ambientato a Torino è stato “Velocità/ Vitesse”, scritto e diretto nel 1930 dal pittore Pippo Oriani, con la collaborazione del futuro sceneggiatore di fumetti Guido Martina e dell’attrice nonché pittrice Tina Cordero); la pubblicità, non solo con Diulgheroff (Cordial Campari) e Pippo Oriani (che lavorò per la Leone), ma anche con Fedele Azari, detto “Dinamo”, aeropittore e aviatore nato a Pallanza (frazione di Verbania, allora facente parte della Provincia di Novara), che sperimentò il volantinaggio aereo (nel maggio 1920 inondò Milano, Torino e Genova con dei manifestini della Fiera campionaria internazionale, sorvolando le città a bordo di un dirigibile).
Il 29 febbraio 1920 sul giornale “Roma Futurista” venne pubblicato il Manifesto della moda femminile futurista, firmato da Volt5 (Vincenzo Fani), che intendeva bandire tutto ciò che poteva essere riconducibile alla pura femminilità, inserendo capi tipicamente maschili come la giacca, i cappelli o la cravatta. In conformità alla dichiarazione di Balla, secondo il quale «si pensa e si agisce come si veste», i futuristi rigettavano le vecchie convenzioni sartoriali, optando per abiti anti-borghesi, aggressivi ed eccentrici («Idealizzeremo nella donna le conquiste più affascinanti della vita moderna (...). Faremo dei decolletés a zig-zag, maniche diverse l’una dall’altra, scarpe di forma, colore e altezza differenti»). In ambito maschile, furono lo scrittore Ignazio Scurto e lo scultore e pittore Renato Di Bosso a ideare la cravatta futurista, un grembiulino di metallo appeso ai becchetti della camicia.
Il 28 dicembre 1930 sempre Marinetti firma sulla “Gazzetta del Popolo”, insieme a Fillia, il Manifesto della cucina futurista. Dagli stravaganti menù futuristi la pastasciutta è bandita, in quanto vivanda passatista, mentre vengono serviti antipasti intuitivi, aerovivande tattili con rumori e odori, Carne-plastico, Ultravirile, Pollofiat, Dolcelastico…Famoso il banchetto futurista che si tenne l’8 marzo 1931 alla Taverna del Santopalato, in via Vanchiglia 2, ad un passo da Piazza Vittorio. Il menù fu realizzato a mano da Depero, Fillia, Ugo Pozzo, Prampolini, Balla e Oriani, gli arredi color rosso vivo vennero ideati dalla coppia Fillia-Diulgheroff. Oggi al suo posto c’è la Trattoria Toscana, che all’interno conserva gelosamente la riproduzione del menù futurista della serata d’apertura.
Maurizio Ternavasio, giornalista professionista che ha lavorato per quindici anni a “La Stampa”, è nato a Torino nel 1961 e abita nel quartiere Borgo Po. Maturità classica e laurea in Giurisprudenza, ha quattro figli. Il primo dei suoi libri, Macario, vita di un comico, è uscito nel 1998. In seguito ha scritto biografie sul mondo dello spettacolo, dell’arte e dell’esoterismo, volumi di cronaca nera e di sport, saggi su Torino e i suoi quartieri, testi su paesi famosi, libri di racconti, romanzi e gialli. In ambito architettonico è stato autore di Carlo Mollino. La biografia (Lindau, 2008) e di Pietro Fenoglio. Vita di un architetto (Araba Fenice, 2014).
160 pagine - € 19,00

